Cinasca versus Soares

scritto da maronc
Pubblicato 23 anni fa • Revisionato 23 anni fa
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Testo: Cinasca versus Soares
di maronc


A volte si fanno cose per impeto, perché così si “sente”, oltre ogni intento razionale, contro ogni intento razionale.
Così avvenne che l’11 settembre 2003 il mio Es, sintonizzato con il client di posta elettronica predefinito e con l’ultimo santantonio arrivato decise di aderire, mio malgrado, alla campagna di book crossing dal titolo “attentato poetico”. Pilotando sensi, stati d’animo ed arti del sottoscritto estrasse da una delle molteplici pile di libri accatastati, monoliti che innalzo un po’ dappertutto in casa in onore a misteriose divinità, il volume il cui titolo era più in sintonia con il momento.
Aperta la copertina scrisse:

Carissim@ sconosciut@,
oggi mi sento inquieto. Questa sensazione in realtà mi accompagna dalla nascita ma solo da due anni a questa parte sono riuscito a dargli un nome. Un po’ perché è successo quel che è successo, un po’ perché risale a quel periodo la lettura di questo libro che tra non molto affiderò ai sedili di un treno, alle gallerie di un metrò .
Non so esattamente perché faccio questo , forse perchè alle domande non previste dal palinsesto globale sono consentiti al massimo la bottiglia di un vagone ed un mare sotterraneo.

La penna esitò sul foglio alcuni istanti poi, in calce vergò il mio indirizzo e-mail

Mar. Ro.
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Da: Andrea Cinasca
Data: venerdì 14 novembre 2003 17.54

Pioggia che cade intensamente.
Ombrelli aperti sfidano con velleità un cielo basso e opprimente. Freddo, umidità. Sui vestiti, nelle ossa , nell’anima.
Un caffè prima del viaggio verso il lavoro. Tra le occhiaie assorte dei giocatori di videopoker e sorrisi e canzoni che fuoriescono da un teleschermo in alto appena sotto al soffitto.
Se fossi in un’altra città tutto avrebbe un colore, un sapore, un odore.
Tutto emanerebbe.
Ma qui , nel bar sotto casa, sembra che le cose esistano solo perché c’erano ieri.
Le stesse occhiaie riflettono luci colorate, la stessa signora dietro al banco misura gocce di cognac, lo stesso caffè che cade su una pagina del mio taccuino.
Note sporche di realtà più di ciò che descrivono.
Vivo questo presente come un ricordo.

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Da: Andrea Cinasca
Data: lunedì 17 novembre 2003 01.34


A volte credo che niente sia casuale. Poi, a fronte di avvenimenti, rifuggo le catene di causa ed effetto e la pregnante banalità delle metafore e torno a contemplare il caos.
Durante il breve percorso che dalla metropolitana porta alla stazione sento che il mio passo è ostacolato da qualcosa. Guardo in basso e vedo metà della suola di gomma della mia scarpa destra ripiegata contro il terreno.
Continuo a camminare. La mia andatura è quella di uno zoppo. Devo trascinare quasi il piede destro perché appena lo alzo da terra la parte pendula della suola si ripiega su se stessa rischiando di farmi inciampare. Mi guardo intorno e cerco di ricordare quali negozi ci sono in questo punto di Via Baldo degli Ubaldi. Se riesco a trovare della colla istantanea, penso, potrò sistemare la mia scarpa e procedere.
Niente.
C’è solo un bar.
Mi accorgo di essere osservato, dai passanti, dal personale della stazione.
Sento una sorta di vergogna crescere in me.
Una voce accusatoria mi assale da dietro: Si è perso qualcosa!
Mi volto e vedo l’intera suola della scarpa sinistra alcuni metri dietro me ed una scia di frammenti di gomma e trucioli che conduce ai miei piedi.
Ringrazio impacciato ed imbarazzato la signora. Raccolgo la suola, strappo con un gesto secco l’altra da sotto la scarpa destra e torno verso la metropolitana.
Sbaglio l’ingresso e l’impiegata mi dice: si entra dall’altra parte.
Con la coda dell’occhio osservo preoccupato la scia che mi sto lasciando dietro.
Entro nel varco e sbatto contro la sbarra del congegno di entrata azionato dall’obliterazione. Non ho il biglietto. Retrocedo e cerco di entrare nel varco abbonati.
Impietosa l’impiegata mi chiede di mostrargli la tessera.
Cerco nervoso nel portafoglio.
Gliela mostro.
Procedo.
Continuo a produrre la scia di detriti e gli sguardi ironici dei signori viaggiatori.
Quello che rimane delle scarpe si sta consumando passo dopo passo.
Mi sento sulla gogna, additato al pubblico disprezzo.
Mi sembra di sentire una voce fuori campo

Andrea Cinasca, essere inutile,
lavoratore sociale eternamente precario,
eternamente laureando a dispetto dei capelli bianchi,
zimbello della tua stirpe che da generazioni fatica arrancando passo dopo passo nella graduatoria sociale,
per affrancare le proprie piante dei piedi dal ruvido contatto col terreno,
guarda tuo padre, parsimonioso e morigerato, le sue calzature sono sempre in forma e lucide.

Le porte scorrevoli si aprono. Entro nel vagone. Incontro dei conoscenti. Sono costretto ad affrontare una conversazione.
Di cortesia. In superficie. Li intrattengo sperando che non guardino in basso.
Intanto penso, sensazione di labile equilibrio.
Penso al livello di guardia proclamato alto dalla radio sveglia questa mattina, a rischio attentati sono soprattutto le metropolitane di Roma, Milano, Napoli,

penso ai tagli alla spesa sociale,

penso alla scadenza prossima del mio contratto di collaborazione,

penso all’affitto da pagare,

penso alle mie scarpe che continuano a decomporsi.

Scendo ad Ottaviano.
Nel mio immaginario è la fermata con un negozio di scarpe al minor numero di passi dall’uscita.

Esco con passo sicuro dal negozio.
Niente presagi.
Solo entropia innanzi a me
Dietro una commessa che toglie pezzetti di gomma e trucioli dal marmo lucido.
Cinasca versus Soares testo di maronc
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